18.05.2012
Semplicemente, così semplicemente
"É comodo questo marchingegno. Se ti stancherai, come fanno tutti gli uomini, potrò provare a sostituirti il cuore prima che tu sostituisca me". Mathias Malzieu, La meccanica del cuore
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16.05.2012
C'è il solito mondo, diverso è l'aspetto
"Ha detto Heine che dopo le grandi tragedie finiamo sempre per soffiarci il naso." Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares
Una leggera ironia, è la salvezza, ma la mia è sofisticata. Termine affascinante, terribile e ambiguo, estremamente vero nell'accezione più semplice e nascosta: è alterata, adulterata, non raffinata. É una piccola barriera protettiva che vorrebbe tenere a una sperata distanza. Difficile da capire, me ne rendo conto, spesso da il la ad una esagerazione pesante e volgare da parte degli altri, che credono di far ridere e sollevare (che credono tu rida e sia sollevata). Invece, quest'ironia è così fragile che ogni parola più pesante diventa un macigno insopportabile. Basta un sorriso, aperto e sincero.
Ho vissuto qualcosa di profondamente drammatico, qualcosa di semplice, qualcosa di meraviglioso e poi, ultimamente, qualcosa di veramente, ma veramente, ma veramente comico visto dall'esterno. Dall'interno è un po' diverso, più simile al tragicomico. Ma qualcosa che a ripensarci mi fa ridere di me stessa, e degli uomini, in generale. La vita fa veramente ridere. Fa anche schifo, come diceva O'Malley, ma ogni tanto una risata la ritempra. Con quell'ironia di cui sopra, che vi tiene a distanza. Un po'.
Mi sono soffiata il naso.
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29.04.2011
Il blog chiude qui
Da quando l'ho aperto ho sempre pensato a una cosa: e se improvvisamente morissi?
Ogni volta che vedo un blog abbandonato mi prende la tristezza, non per quello che manca, ma per quello che resta.
Avevo conosciuto una ragazza durante le chemio di mio padre, si chiamava Nicoletta e aveva un paio d'anni più di me. Una ragazza in lotta per vivere, a tutti i costi. Aveva una pagina su FB (ha una pagina su FB), attraverso cui ogni tanto, quando la salute e la voglia di farlo glielo permettevano, comunicava con gli amici. L'ha lasciata, mettendo una sua foto di schiena, con un cappello per nascondere i capelli che non aveva, un ampio cappotto per nascondere la magrezza, mentre guardava l'orizzonte e il mare. Di schiena, perché un volto non l'aveva più a causa del cancro. A vederla adesso quella foto, dopo che lei se n'è andata qualche mese prima di mio padre, proprio il giorno del suo compleanno, la trovo poetica e bella, trovo che sia lei e quello che lei ha voluto lasciare di sé.
Però io non sono qui. Mi hanno detto di non oscurare il blog perché c'è in parte la mia vita, ma io non sono qui e nemmeno mi riconosco più in ciò che ho scritto. Non ci sono, non sono più quella persona. L'unica cosa che forse mi è rimasta è una specie di coerenza con ciò che dicevo sempre e cioè che non vorrei lasciare tracce, che vorrei essere lieve, come la neve. Allora, trovo triste lasciare un sito in balìa di se stesso, trovo avvilente che qualcuno ci passi e veda l'abbandono così, a caso, pensando sia per trascuratezza. Il mio abbandono ha un motivo: ho voglia di lasciare andare quella che ero e che allora aveva un senso, ma che ora quel senso non ce l'ha più. Allora cancello le tracce, non voglio lasciare questo di me, non voglio lasciare niente di me. E lo faccio ora, in questo periodo che chiude un anno, dal primo maggio in cui ho iniziato tutto questo cammino di dolore con mio padre, ma lascio qualche giorno queste parole.
Porto con me il ricordo di ognuno di voi. Del mio, fatene ciò che volete.
Come diceva Pavese, perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi.
Grazie
Irene
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12.04.2011
Io me ne vado
"Papà mio"
Credo che ognuno abbia un suo modo di soffrire, vivere e superare il dolore, e forse quello descritto in questo libro è uno di quelli. Io però non l'ho sentito completamente, se non quella specie di straniamento causato dalla perdita della persona amata, e quel distacco tra il campo visivo e l'anima, tra il mondo esteriore e l'interiore, quel dissolversi della pelle che lascia scoperti cuore e polmoni.
Il protagonista è una 'iena', la persona che dall'ospedale chiama i parenti quando qualcuno è morto, li fa arrivare e, dopo un consono lasso di tempo, chiede loro l'autorizzazione per l'espianto degli organi. Un lavoro come un altro che, dopo un lutto, il suo lutto, non riesce a portare avanti. Come non riesce a portare avanti una vita votata alla figlia di ventuno mesi, ma si lascia trascinare e travolgere dagli eventi, dal telegiornale, dai manifesti della metropolitana, dai finti mendicanti, dai ragazzini che scrivono sui muri dei bagni. È la stanchezza di chi vuole morire, se non fosse per la responsabilità verso quel corpicino che gli appartiene e che somiglia alla moglie che non c'è più. L'unico motivo per il quale riesce ad essere di nuovo un uomo.
Un racconto più che un romanzo, dove tutto ferisce.
Philippe Claudel, Io me ne vado
Tit. orig.: J'abandonne
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07.04.2011
Tutto cambia
Vorrei che fosse l'unico post in cui ne scrivo.
Non sono ancora uscita del tutto da quella specie di bolla fatta di lisoformio, passati di verdura, flebo e cerotti di morfina, tanto è vero che ogni sera faccio fatica a prendere la direzione di casa invece di quella della clinica. E il sabato e la domenica, non so cosa fare.
Non sto male, sono serena, è solo che mi manca, fisicamente soprattutto, mi mancano le sue mani.
Ho ricominciato a mangiare, e più o meno a dormire, e lo penso sempre. Sono tornata al lavoro, ho superato la fase degli occhietti dispiaciuti che ti guardano per vedere se soffri, ho superato l'ansia da arretrato, ho superato anche quella specie di blocco emotivo che per una settimana mi aveva completamente tolto la voce. Non sto male, sto come... come il protagonista di Caos calmo in fondo, come lui. Sento qualcosa, eppure vivo, faccio, frequento. E dico che sto bene, allora spuntano sorrisi sollevati e tutto torna come prima. Invece tutto è cambiato, e ogni giorno cambia. Sono più magra, e mi sento più grande. Parlo più lentamente, penso e osservo molto. Le amiche dicono che ora sarebbe il momento giusto per avere un bambino e hanno ragione.
Non ho tanta voglia di scrivere, ma c'è una cosa strana. Avevo una vicina di casa con cui prima avrò scambiato sì e no due parole in tutto e accarezzato il cane, una di quelle donne di mezz'età un po' in sovrappeso, sempre in ciabatte scalcagnate e gonnellone chilometriche. L'ho scoperto in clinica che faceva l'infermiera e con indosso la divisa, con i gesti così teneri e familiari, tutte le immagini precedenti sono svanite e mi è sembrata bellissima. No, non mi è sembrata, era davvero bellissima. Così come bellissima era una sua giovane collega, sempre perfetta con i suoi smokey eyes e il suo sorriso. L'ho rivista per strada venerdì, in abiti civili, ed era diversa, come si fosse dissolto quell'alone angelico, non era più tanto giovane e bella. È come se in tutti questi mesi avessi avuto altri occhi.
Non sto male, già ci pensavo allora a come sarei stata. Vorrei essere il suo orgoglio, come mi aveva detto. Vivo ancora con lui e l'ultima cosa che gli ho chiesto è di aspettarmi, non l'ho lasciato solo e non lo lascerò mai. E so che lui lo sa.
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