venerdì, 19 marzo 2010

La parte migliore del giorno

"Il signor Spitzweg dipinge dal vivo."

delerm.jpgQuesto libro rispecchia completamente il protagonista: non ha pretese.

Arnold Spitzweg è un uomo tra i tanti, vive come tanti, in una Parigi che osserva e descrive nel suo taccuino. Non vuole incidere nel mondo, non vuole essere qualcuno, non vuole ballare il tango nelle piazze con le seducenti ballerine: vuole solo guardare, perchè le vite degli altri sono vissute attraverso lo sguardo di qualcuno.

E lui scrive, osserva, scrive, osserva, con occhio zen. Un giorno decide di aprire un blog per riversare tutte le parole: con sua grande sorpresa ottiene un successo enorme. Tutti commentano la sensualità della scrittura, la semplicità o la banalità, tutti ne parlano, tutti criticano, e lui diventa qualcuno. Riconquista persino un amore di gioventù mai posseduto.

Ma è proprio questo che non vuole, diventare qualcuno, scrivere per qualcuno che non sia se stesso, e così torna al taccuino e alla sua vita di sguardi.

Frassinelli all'uscita del libro ha aperto un blog con lo stesso indirizzo indicato dal protagonista, pensando forse di riscuotere il successo auspicato. Magari se lo avesse davvero curato... ma forse, come il libro, non ha tante pretese.

Philippe Delerm, La parte migliore del giorno

Tit. orig.: Quelque chose en lui de Bartleby

  

La parte migliore del giorno, è la sera.

giovedì, 18 marzo 2010

La mia piccola vita

Il mio mentore non ama le filosofie orientali, le considera statiche e inutilmente contemplative. Eppure respira le mie parole restando immobile come un gatto, facendole scorrere nelle vene. Ha scritto la sua vita un po' dappertutto, ha reso romantico il suo tragico lavoro e perfino la sua sordità. Non tanto per lasciare traccia, quanto per non dimenticare la bellezza, nonostante tutto.

La mia, la mia piccola yohaku, si sta spogliando sempre più, e comincio ad avere il timore di trasformarmi nella protagonista di Cuore sacro (che, ironia della sorte, ma forse no, si chiama come me): dagli oggetti, e dalle parole di cui dimentico il significato. Ma, incredibilmente, c'è un'inversione di tendenza con le persone, che lascio avvicinare.

Sto però diventando sottile, e quella che gli altri definiscono leggerezza, io la chiamo eterea inconsistenza:

non sono in nessun luogo, nemmeno qui.

mercoledì, 17 marzo 2010

...

Je suis un soir d'été.

 

Massive Attack, Teardrop

giovedì, 11 marzo 2010

Questa è una di quelle giornate, lo sento

"Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono interpretazioni della vita, che sono appunti a margine, pieni di un'alta critica, nel libro del nostro destino universale. Questa è una di quelle giornate, lo sento. Ho l'assurda impressione che con i miei occhi pesanti e col mio cervello assente si stiano tracciando, come con un lapis insensato, le lettere del commento profondo e inutile." Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares

mercoledì, 10 marzo 2010

Metamorfosi

Sono un bozzolo. Non il bruco aggomitolato e addormentato che aspetta di diventare farfalla, sono il filo di seta, la bavetta grigiobiancoazzurrognola lavorata in migliaia di cerchi. Seta, non perchè sia prezioso, potrei essere un bioccolo di lana rimasto sul filo spinato, o una coccola di cotone svaporato che fa concorrenza alle nuvole nel cielo. Il bozzolo non è fatto per caso. Non verrò messo nell'acqua bollente, non verrò pulito e raffinato, non verrò filato, non verrò colorato, non diventerò tessuto, non verrò cucito, non accarezzerò un corpo caldo. Sono vuoto, il mio baco è volato via. Aspetto che mi svolga il vento, o mi disfi la pioggia. Intanto, mi aggroviglio da solo.

bozzolo.jpg

martedì, 09 marzo 2010

Fuga senza fine

"Pensando a Irene, Tunda la vedeva così lontana da questo mondo ameno e spensierato quanto lo era lui. Un rapporto del genere si può chiamare 'romantico'. Mi pare sia, questo, l'unico concetto che oggi abbia ancora una giustificazione. Credo che fra la pena di sopportare questa realtà, queste categorie false, questi concetti senz'anima, questi schemi svuotati, e la gioia di vivere in un mondo irreale che come tale si riconosce, non può esserci più scelta. Dovendo scegliere fra una Irene che giocava a golf e ballava il charleston, e un'altra che non figurava nemmeno all'anagrafe, Tunda preferì la seconda. Ma che cosa gli dava il diritto di attendere una donna che fosse diversa da tutte quelle che vedeva? Diversa, per esempio, dalla signora G., con cui pure aveva fatto l'amore per tutta una sera, immagine lontana della lontana Irene?... Solo il fatto di averla perduta; di essere stato afferrato, sulla via del ritorno a lei, da un destino estraneo che come un turbine l'aveva trascinato in altri luoghi, in altri tempi, in un'altra esistenza."

roth.jpgLeggere questo libro, voltare pagina dopo pagina, equivale a spogliare lentamente il protagonista di ogni sua veste.

La vita di Franz è una fuga: dalla prigionia russa del 1916 alla Siberia, al Mar Nero, all'Europa centrale, a Parigi. Una fuga nel tempo, in un'epoca contraddittoria che non lascia spazi, che non sente più sua. Una fuga tra le donne, attraverso la rivoluzionaria Nataša, la silenziosa moglie Alja, la borghesissima signora G., per trovare Irene, la fidanzata perduta la cui foto porta sul cuore, che l'avrebbe aspettato e magari sposato se fosse stato un uomo diverso. Irene o il pensiero di Irene, che non può essere una donna che gioca a golf come le altre, che vive a Parigi e forse è felice. Ma Franz è  un'ombra, è libero, è insofferente, non è nessuno in nessun luogo. E quando, dopo tanto viaggiare, si sfioreranno, non si riconosceranno.

Una fine dimessa, nasconde la libertà o la nullità di un uomo.

Meraviglioso e dissacrante, con uno dei più grandi explicit della storia della letteratura.

Joseph Roth, Fuga senza fine

Tit. orig.: Die Flucht ohne Ende

"Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d'innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell'ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno al mondo."

lunedì, 08 marzo 2010

...

Potano gli alberi del frutteto e i bucaneve sulla collina, mossi dal vento di bora, sembrano onde di schiuma. Il ronzìo delle motoseghe, mio nipote che corre, l'abbaiare festoso dei cani, l'odore del legno ferito, dell'erba che rinasce, della terra smossa e il mio pensiero che va a te, come in tutte queste notti, e questi giorni. Penso al ramo di pesco che a tutti i costi volevo proteggere: ho lasciato seguisse il suo corso. Al richiamo dei gabbiani che aspettano il caldo per andare verso il mare. Ai cigni che ora hanno i pulcini. A te, sempre a te che ricominci a cucire la vita, a mettere ordine, a stringere mani. A te, sempre a te. Al tuo pianto, che per la prima volta non hai nascosto, al tuo cuore che sopravvive, alle tue gocce per dormire, al tuo lavoro da riprendere, alla tua vita da curare. Al sorriso delle giovani donne, alle loro espressioni che ti fanno così bene. Al tuo profumo. A come guardi gli animali, l'acqua profonda del fiume, l'architettura dei palazzi. A come tutti ti amano. A come ti amo io. Alla tua storia che hai tatuato sul petto. Agli occhi cerchiati d'azzurro. A chi ti conosce come ti ho conosciuto io: a chi non sa chi sei, lo rivelerò a voce bassa, perchè tu sei sussurro, sei vento, sei acqua. E io sono la neve, e a mani vuote e a braccia spalancate ti aspetterò e sarò il tuo tormento se non avrai cura di te, la tua fame, il tuo sonno, il tuo canto, il tuo bacio sfiorato. Coltiverò il mio giardino, e penserò a te. Verremo perdonati un giorno o l'altro. Compresi mai. Sarò primavera. Sarai estate e acqua limpida da potercisi tuffare. Mi proteggerò se tornerà l'inverno. Ti proteggerai.

martedì, 02 marzo 2010

Al contrario

Pensiamo che siano semplici i bambini, e che sia l'età a renderci complicati. Ma non è così.

All'inizio il tempo è un alleato, poi un nemico. E tutte le persone che potevamo essere scompaiono, per lasciare il posto a ciò che siamo, con i nostri gusti, il nostro stile, le nostre scelte. Diventa più semplice la vita, quando tutti i futuri possibili si riducono a due o tre.

Anche i sentimenti sono più semplici, e prevedibili, chiunque può darne spiegazione o dire: "Ti capisco, io l'ho provato!".

Non passi la notte a riempire di TicTac la cassetta delle lettere del tuo amico per fargli capire quanto gli vuoi bene, e sai perfettamente che non basta una sbornia per aprire gli occhi su chi ami davvero. Tutto è più chiaro. Quando sei piccolo qualsiasi cosa ti sorprende, tutto devi ancora provare. Non puoi sapere.

Crescere è cambiare pelle, spogliarsi piano come un serpente. Quella che rimane è una membrana sottile, e se sei bravo trasparente. Non infili TicTac nelle fessure, ma parole come perle.

Dovremmo vivere all'inverso e diventare bambini alla fine della vita: non ci serve tutto questo corpo, questa altezza, queste mani grandi e la forza nelle braccia se non possiamo tenere ciò che abbiamo. Se non possiamo insufflare la vita in chi la sta perdendo. Se bastano tre parole per tutto quello che abbiamo da dire.

juno.jpg
Immagine tratta da: Juno

lunedì, 01 marzo 2010

All'uomo che ha paura di volare

E che una volta la torta al cioccolato l’ha condivisa con me, lasciando l’ultimo pezzo  per non farmi parlare. 

Un giorno ti porterò a New York, chiuderai gli occhi e ce la farai. Non per me: più lontano, nella città degli angeli, ci sarà metà del tuo cuore, sarà quello che ti convincerà. L’altra metà la stai perdendo, le mani accarezzano, non trattengono.

Non ti succederà mai più, vorrei farti questa promessa, e preservare tutto ciò che hai. Ma sarei bugiarda. Avresti voluto anche tu, che tua figlia non vivesse ciò che hai provato un giorno. E invece.

L’amore fa dire cose stupide, e credere cose stupide, come essere più forti di tutto. 

Non faccio rumore, come la neve, e so che sorridi perchè è così. Non faccio rumore, come la notte. E non cado, perchè questo è per voi. 

Oggi non so dire altro.

venerdì, 26 febbraio 2010

Parole d'ordine e torte al cioccolato

Quando qualcosa non va, ognuno lo manifesta o lo cela a suo modo: chi parla parla parla parla e anche se l’argomento è il film visto al cinema porta costantemente  la discussione sul suo problema; chi chiede aiuto in forma più o meno diretta e drammatica; chi tace e si chiude a pallottola come un riccio. La terza categoria mi somiglia molto ed è arduo vivere così; non perché sia la scelta più difficile (non è nemmeno una scelta, ma un comportamento innato per quanto mi riguarda), ma perché anche qui ci sono due tipi di caratteri (non riesco a trovare un’altra parola per definirli): uno che tace per attirare l’attenzione (perché di solito parla), l’altro che tace perché ha bisogno di stare con se stesso. Così, arduo lo diventa non solo per il protagonista, ma anche per il co-protagonista e persino per l’antagonista, perché nessuno, all’infuori del soggetto, sa bene cosa fare.

 

Essendo affetta della forma più grave di mutismo da riflessione, chi mi sta vicino e vive con me quei periodi mi chiede di trovare una parola d’ordine che gli indichi di lasciarmi tranquilla. Ed io non la trovo. Perché i miei silenzi sono di varia natura, non sempre sofferenti, anzi, perciò, se dico la parola d’ordine, l’altro saprà che soffro, mentre se taccio potrebbe pensare che sono semplicemente per i fatti miei. Ed io vorrei che tutti pensassero che sono solo per i fatti miei, non voglio coinvolgere nessuno nelle mie paludi. Credo che questo comportamento sia il maggior rimprovero che mi sento fare in tutta la mia vita. Ma potete capire, è egoismo e altruismo, egocentrismo e allocentrismo, è qualcosa che, a dire la pura verità, non so spiegare.

 

Qualche puntata fa, J.D. raccontava che nella sua famiglia ogni volta che succedeva qualcosa di grave (lutti in particolare) qualcuno portava una torta al cioccolato. Quando suo fratello, che non vedeva da tempo, si era presentato alla porta proprio con quella torta, aveva capito che era morto il padre.

 

Non voglio trovare e dare parole d’ordine, né usare eufemismi, né tanto meno essere diretta, anche perché credo che la cosa più bella nella vita sia una persona che ti siede accanto e guarda l’orizzonte con te. Se ti alzi e vai via, non ti segue. Ma ti saluta con un cenno del capo se torni, e ti da una pacca sulla spalla se ti vede sorridere.

Effettivamente, sono semplicemente complicata.

 

Facciamo una cosa: quando non parlo, portatemi una torta al cioccolato.

sachertorte.jpg
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