21/05/2013

Sono momentaneamente a pezzi

torno quando mi riprendo.

16/05/2013

To die by your side is such a heavenly way to die

"- Non è ancora neve che rimane, questa, vero? - chiesi.

- Non ancora, - rispose lui. - C'è la neve che rimane, e quella che non rimane. Questa non rimane." Murakami Haruki, Nel segno della pecora

Tornare nel momento in cui la temperatura esterna è di una decina di gradi e piovono anche le nuvole mi fa pensare che l’Italia non sia proprio il paese dove fioriscono i limoni. Non è una novità per me, visto che arrivo da un luogo dove piove in orizzontale, ma fa venire voglia di torte di compleanno, profumo di resina, legna da ardere e Natale.

Ieri sera ho visto un film leggerino che mi ha ricordato la canzone degli Smiths e un piccolo periodo di blog e così oggi sono tornata indietro a leggere: sono…mumble mumble…sei anni che scrivo (con una pausa e qualche fase a picco vertiginoso, in positivo e in negativo). Su questo filmetto hanno citato Miller: “Il miglior modo per dimenticare una donna è trasformarla in letteratura”. Effettivamente, molto più in basso e in piccolo e in ridicolo, trasformare in lett[erat]ura degli episodi non mi aiuta a ricordarli, ma a dimenticarli. Leggerli mi porta il ricordo, altrimenti se ne rimangono nell’oblio. E di me leggo pochissimo. E questa è una cosa buona. A parte che Miller attraverso la letteratura ha manipolato la sua figura e i suoi rapporti con le donne, ma in fondo, farlo, è proprio fico. Manipolare con la scrittura, intendo. Perché nella realtà siamo capaci di renderci la vita peggio del peggio di quella che potrebbe essere. E ci riusciamo proprio bene.

Da quando sono rientrata al lavoro mi sembra di essere penetrata in quella specie di nero palchetto dietro le quinte dove, al posto dei tendoni del sipario, si trova una cortina di tensione che non si riesce a tagliare nemmeno con il coltello. E anche quel vapore sintetico della danza delle streghe. Ho fatto un pochino di amicizia in più con la nuova collega anche se… non so, forse troppa differenza d’età (anche se 10 anni non mi sembravano eccessivi), o forse non sopporto queste donne che parlano continuamente per dire niente, che mettono troppo fondotinta dimenticandosi il collo, o forse boh, ma appena posso mi rintano nel mio angolino tagliando tutti i piccoli legami che cerchiamo di stringere per buona convivenza reciproca. Perdere la migliore amica che hai (che per caso era anche tua collega), perché all’improvviso il cancro se ne innamora, ti lascia un po’ frastornata. Fai una grande fatica a riallacciare rapporti e non riesci a riempire il suo posto con nessuno. Non per rispetto della sua figura, semplicemente non c’è nessuno che riesca ad arrivarci. Neanche vicino. Non fatemi il discorsetto psicoanalitico della paura di perdere le persone, no. Davvero no.

Il “piccolo periodo di blog” di cui parlavo sopra, era quello in cui scrivevo poco: parlavo molto e non ne sentivo più il bisogno. Ora non sento il bisogno né di questo né di quello e non so se sia un buon segno, supponiamo di sì per quieto vivere. Mi sento molto neutra. Forse perché ho ancora addosso la purezza nordica della vita. Speriamo rimanga sempre.

Avete presente quelle persone che camminano col naso all’insù sorridendo di niente e chi li incrocia pensa che siano degli idioti? Ecco. Magari è una paresi facciale. Non ho la minima voglia di scoprirlo.

14/05/2013

A stykki af hjarta á Ísafirði

Stanno partendo, uno ad uno, fra qualche giorno non ci saranno più. E io mi porterò dentro i loro capelli di oro rosa, gli occhi trasparenti, l’ironia che non riescono a trattenere nemmeno nelle occasioni importanti, la loro insofferenza se da una finestra vedono case e nessun orizzonte, le pancette alcoliche, l’inglese secco e duro da non capirci una parola, gli abiti sartoriali dal taglio impeccabile, i sorrisi eterni. La neve che scende al mare e lo abbraccia e mescola il suo bianco al blu e capisce di poter vivere così, con qualcosa di salato e diverso, che la prende e non la lascia mai, anche da lontano.

Sea, snow and culture, così l’ex olimpionico di Lillehammer descrive la sua terra bollente di vulcani e di acqua a chi non la conosce. Bisogna vederla almeno una volta nella vita e viverla, è uno dei pochi posti in cui ti senti di far parte del mondo, della natura, molto più grande di te ma che ti fa scoprire magie incredibili se la assecondi, la ascolti, ti abbandoni e ti fai prendere completamente, senza paura. É uno dei pochi posti che fa sentire liberi. E uomini. Sul serio.

Un po' di Ísafjörður.

E un po' di cielo d'Islanda.

E ora Bosnia e Serbia.

08/05/2013

...

"Per un po' entrambi avevamo svolto con relativo successo i ruoli che ci eravamo assegnati. Ma proprio quando pensavamo di poter continuare così per sempre, qualcosa era andato storto. Un'inezia, davvero, ma il danno era irreparabile. Avanzavamo lungo una tranquilla strada senza uscita. Un vicolo cieco in fondo al quale c'era la fine della nostra storia.

Per lei, io ero già perso. Anche se in una certa misura mi amava ancora. Il problema era un altro: ormai eravamo troppo abituati ai nostri rispettivi ruoli. Non c'era più nulla che io potessi darle. Lei lo sapeva per istinto, io per esperienza. Esperienza o istinto che fosse, per noi non c'era più speranza.

E così era sparita per sempre dalla mia visuale, lei e tutte le sue sottovesti. Ci sono cose che vengono dimenticate, altre che spariscono, altre ancora che muoiono. Ma non si tratta quasi mai di una tragedia." Murakami Haruki, Nel segno della pecora

06/05/2013

...

"Avevo dimenticato il suo nome.

Per saperlo mi sarebbe bastato cercare quel trafiletto sulla sua morte, ma a quel punto che importanza poteva avere? Ormai l'avevo scordato, solo questo contava.

Quando vedevo qualche vecchio amico, a volte la conversazione cadeva su di lei. Ma il suo nome non lo rammentava nessuno. "Hai presente quella lì che andava a letto con tutti, tanti anni fa? Com'è che si chiamava?" "Boh? E chi se lo ricorda? Anch'io sono andato a letto con lei un sacco di volte. Chissà che fine ha fatto..." "Pensa che strano sarebbe, incontrarla casualmente per strada!"

Quella che andava a letto con tutti, da qualche parte tanti anni fa.

Ecco qual era il suo nome.

Per essere precisi, non è che lei andasse a letto proprio con tutti. A suo modo, aveva dei criteri.

All'analisi obiettiva dei fatti, possiamo dire che andava a letto con "quasi" tutti.

Una volta, per pura curiosità, le avevo chiesto di spiegarmi quali fossero, i suoi criteri.

- Be', ecco... - mi rispose dopo averci pensato su una trentina di secondi. - Non è che mi piaccia farlo con chiunque, ci sono volte in cui non mi va, è ovvio. Solo che vorrei conoscere tante persone, forse la ragione è questa... Oppure per me è una maniera di organizzare il mio mondo.

- Andando a letto con tanti?

- Sì.

Adesso era il mio turno di riflettere.

- E... e in questo modo sei riuscita a capire qualcosa?

- Qualcosina..."

Murakami Haruki, Nel segno della pecora

05/05/2013

Il cuore va aperto a piccole dosi

“Non chiudere mai le tue labbra a coloro cui hai aperto il tuo cuore.”

Sembra la frase del cartiglio di un cioccolatino perugino. E infatti lo è.

Quando Mara era con me, attaccavamo i cartigli più belli sulla parete dell’ufficio; ora non lo faccio più e neanche lei nel suo, è a dieta per la prova costume e ingurgita solo una specie di brodaglia giallastra drenante, altro che cioccolato. Però questo lo avevo tenuto. All’inizio mi piaceva e mi aveva così intenerito da dargli ragione. Ha tanti sensi, no? Le labbra, possono avere tanti sensi. Ne prendo uno, il più casto e pulito.

Non so se veramente con qualcuno apriamo il nostro cuore, dubito che lo facciamo perfino con noi stessi: il cervello prevale quasi sempre, è bastardo ma è anche una specie di preservativo che cerca di proteggersi e proteggere il più possibile la persona che lo porta. Se non lo facesse, chissà che mondo sarebbe? O di matti oppure quello fiorito e pieno di luce che descrivono i pazienti tornati dal coma. A volte (poche, pochissime volte a dire la verità), ci sembra di farlo, perché con qualcuno (o magari sulla carta o su un computer) capita di non pensare a quello che si dice: le parole vengono fuori in modo naturale senza freni e barriere e paure di conseguenze o di esporsi troppo e diventare vulnerabili. Non è detto che il cuore sia davvero aperto, io credo che l’inconfondibile momento in cui lo sia, esposto senza protezioni, rosso e pulsante, non sia fatto di parole, vada oltre. Ma ognuno lo scopre da sé. Io credo di averlo provato. Si avvicina molto alla sensazione che provi quando fai l’amore con la persona che veramente (ma veramente) ami. Comunque, anche con le parole si tocca.

Non si dovrebbe mai pentirsi di essersi aperti, ma così, siamo umani (non calzini, diceva Baricco ai tempi d’oro) e sbagliamo, ci inganniamo. Però non ci si dovrebbe dispiacere di essersi mostrati davvero, anche se questo significa essere diventati per sempre vulnerabili di fronte a qualcuno o qualcosa (perfino uno zimbello!). Le cose peggiori, due, sono altre. La prima è scoprire che il cuore che credevamo di aver aperto non era il nostro, o non lo era completamente e avremmo voluto farlo ma ormai è troppo tardi. La seconda è scoprire che invece lo avevamo fatto sul serio, e, come dice il cartiglio, non vorremmo chiudere le nostre labbra, ma il nostro dirimpettaio non ci ascolta più, o non ci sente più. Questo provoca una chiusura a riccio con tutti gli aculei irti a ferire.

Nei film capita spesso un ritorno: chi si è amato prova ancora tenerezza, quasi sempre c’è il lieto fine che annulla tutta la vita passata da separati,  e vissero felici e contenti, questa volta insieme perché era così che doveva andare fin dall’inizio. Mh, sì capita, ma anche no. Nella realtà quasi  mai si resta amici, quasi mai, quando ci si ritrova, si riallacciano i rapporti come prima. E scoprire che non hai più niente in comune, più niente da dire, con chi una volta avevi aperto il tuo cuore, questa è la vera delusione. Delude tantissimo l’altro che lo capisce, ma sappiatelo, delude molto di più noi stessi. E più che un riccio, ci sentiamo una puzzola arrotolata.

cuore,puzzola,riccio

01/05/2013

Favola

Una risata attesa

L’oro e il bianco di un albero di Natale

Due galline in piazza

L'’agguato del cigno

Un candido funerale

Una dolce scoperta

Caramelle torte e biscotti

Una frana spaventosa

Respiro di nuvole

Una cerva nella neve

Un temporale epocale

L’esodo dei vermi da pesca

L’amore dopo l’amore.

Sono i titoli dei capitoli della storia che cappuccetto rosso e lupo azzurro hanno vissuto in questi giorni. Solo i titoli, non voglio scrivere, questa volta voglio che sia mia. La favola immaginatela voi. Non fatela troppo romantica, metteteci un po’ di horror, sono sempre gotica in fondo. E non scrivete la parola fine. E neanche per sempre, che tanto non è vero. Un abbraccio a tutti. Forse torno. Forse.

cappuccetto2.jpg

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